Caciotta di mandorle

Carissimi, ecco un nuovo formaggio ai probiotici! Dopo il nocino e l’arachidino, oggi vi propongo la caciotta di mandorle e anacardi: ha una polpa aromatica e morbida, una crosta sapida. Profumi ed aromi richiamano alla mente i formaggi semi-stagionati.caciotta 

Caciotta di mandorle

  • 120 gr di mandorle
  • 80 gr di anacardi
  • 140 – 150 ml di acqua
  • 1 C di lievito alimentare
  • 2 capsule di probiotici acidophilus (vegan)
  • 1/2 c di aglio in polvere essiccato
  • 1/2 c di sale 

10955582_1555250604715352_1459920836348904438_nProcedimento: ammollare per una notte le mandorle con gli anacardi. Una volta ammollati, lasciare scolare per qualche minuto e frullare con l’acqua prevista dalla ricetta: occorre ridurre in purea/crema i semi oleaginosi.

Aprire le capsule dei probiotici ed aggiungerli e mescolare.

983846_836033839791620_6961003804327638181_nRaccogliere il tutto in un canovaccio o una garza e lasciare in sospensione (come siamo soliti fare per il caprino); tenere per 48 h a temperatura ambiente per fare colare l’acqua in eccesso; eventualmente si può pressare per agevolare una maggior fuoriuscita.

A questo punto della preparazione il formaggio potrebbe acquistare degli aromi molto forti: è normale, non buttatelo via! E passate alla fase successiva!

Passate le 48 h aggiungere gli altri ingredienti previsti ed amalgamarli all’impasto: assaggiare e correggere secondo gusto; poi mettere i formaggi nelle fuscelle (le forme dei formaggi).

Essiccare per 12 h a 40 gradi e poi mettere in frigo un giorno.

Riprendere: essiccare nuovamente per 40 gradi per 12 ore e lasciare in frigo un paio di giorni prima di consumare.

La doppia essiccatura, ha l’obiettivo di creare una crosta spessa e concentrata di sapori. Se non avete l’essiccatore, potete far maturare in frigo la vostra caciotta per almeno una decina di giorni. Sarà ottima comunque, solo meno consistente all’esterno.

In entrambi i casi, questo formaggio vi conquisterà! WP_20150204_20_24_32_Pro

ImmagineCOMUNICAZIONE DI SERVIZIO: A Milano ci stiamo dedicando alla distribuzione di pasti caldi agli homeless; siamo dei dilettanti allo sbaraglio ed abbiamo bisogno un pò di tutto, ma soprattutto abbiamo bisogno di CONTENITORI TERMICI CON LE ROTELLE.

Perchè? Perchè giriamo per le strade a piedi, e portare i contenitori termici in mano o in spalla, non è sempre agevole! Per questo, vi lascio qui il nostro accorato appello: A.A.A Cercasi contenitori grandi, che consentano un agile trasporto, meglio se dotati di rotelle e maniglie, anche difettati, vecchi, usati, purchè funzionanti.

Chi ci aiuta?collage

E, tornando ai formaggi e giusto per anticipare qualsiasi commento sull’utilizzo ‘improprio’ del termine ‘formaggio’ o ‘caciotta’ o qualsiasi noiosissima riflessione sull’INVIDIA CASEI nei vegani … ta dà! Annuncio che non risponderò a nessuna e prevedibilissima osservazione in tal senso, non per maleducazione, ma perchè la spiega ve la lascio qui ad imperitura memoria!

FORMAGGI A BASE VEGETALE: noi usiamo solo ed esclusivamente ingredienti di origine vegetale, applicando tecniche tipiche della produzione casearia industriale più comune e diffusa. I nostri sono ‘formaggi’ in tutti i sensi: non si accettano restrizioni di senso, di nome o di significato sotto alcun punto di vista. Perché?

SONO FINTI FORMAGGI, SONO IMITAZIONI? La disponibilità o meno di tipologie di alimenti, in una data popolazione, in un dato momento storico, attiene sempre a modelli economici e politici, che i più ignorano e che maldestramente usano come legittimazione delle loro ‘non-scelte’. Quando si incensano, ad esempio, “gli ingredienti facilmente reperibili” (ossia quelli che si trovano al supermercato sempre e facilmente), si convalida anche altro: gli ingredienti reperibili sono quelli che “altri” hanno scelto di rendere tali, nel particolare e specifico contesto storico, economico e sociale di ciascuno.

Pensiamo a una delle tante parabole della storia dell’alimentazione per capire cosa accade solitamente. Pensiamo al MIGLIO, che è stato per secoli il re dei cereali italiani, mentre oggi è conosciuto solo come “mangime per gli uccellini”. Tralasciando ragioni di convenienza e di economicità legate alla maggiore resa del mais ecc … ecc … a tutti note, di questa parabola mi incuriosisce un aspetto particolare: con l’arrivo del mais, nei confronti del miglio, si mise in moto una “riduzione dall’ignoto al noto”. Il mais era (allora) “l’ignoto” e fu alimento che persino i contadini guardavano con disappunto e ostilità: venne però introdotto, trattato e cucinato con le stesse regole di grammatica culinarie note all’epoca e così, del mais in Italia si fece polenta, che per secoli aveva invece visto il miglio come ingrediente principe, mentre nell’America, da cui il mais arrivava, questa preparazione era sconosciuta proprio perché le regole di grammatica culinaria erano diverse.

Non è chiarificatore?

Vedete come cambiano le cose?

MA LA STORIA COSA CI DICE? E’ GIUSTO PARLARE DI FORMAGGI? Dire che i ‘veri formaggi’ sono solo quelli di latte vaccino è un’affermazione priva di senso storico, ad esempio. Non ha senso arroccarsi su posizioni autoreferenziali, dominanti o assolutistiche, criticando chi va in cerca del diverso: meglio fare un passo indietro, osservarsi da fuori e comprendere che il sistema alimentare funziona in tutte le società come un codice di comunicazione, regolato da convenzioni identiche a quelle che sostanziano di senso e di stabilità i linguaggi verbali. Se vuoi ascoltare parole nuove, devi uscire a cercarle; già, difficile trovarle in un centro commerciale od in uno spot pubblicitario. Fonte: https://ravanellocurioso.wordpress.com/2013/01/31/polpettone-di-miglio-e-cannellini/

Riprendendo parole non mie, ma di un noto storico italiano, il Prof. Massimo Montanari che insegna all’Università di Bologna (e qui potete spulciare tra la sua vasta bibliografia). “Che le cose siano soggette a continue modificazioni, che i sapori dei cibi e i gusti degli uomini cambino nel tempo, che il contesto sociale e culturale determini forme d’uso differenti, che a nomi uguali non necessariamente corrispondano oggetti uguali, tutto ciò, se allo storico appare ovvio, al senso comune non piace. Piace invece pensare che la “tradizione” sia per se stessa garanzia di qualità. E che “si sia sempre fatto così”, per generazioni e generazioni e altre generazioni ancora, appare oltremodo rassicurante”.

“E’ un’ansia tipica del nostro tempo: autenticare il presente richiamando il passato, legittimare ciò che facciamo, raccontando che lo si faceva una volta, dove l’espressione “una volta”, storicamente insignificante, esprime la natura più vera del nostro appellarci al tempo che fu, un tempo indistinto, mitico, in cui le cose sarebbero nate”.

La tradizione che si invoca non è il frutto di vicende, esperienze, incontri, cambiamenti, invenzioni, aggiustamenti – in una parola di storia – ma ha un’aria statica, immobile. È l’idolo delle origini di cui scriveva Marc Bloch: quello che ci induce a “spiegare il più recente mediante il più remoto”.

 “Se guardiamo i testi di presentazione dei prodotti DOP, IGP, STG, restiamo stupiti dalla vaghezza dei dossier storici, che pure rappresentano il necessario supporto all’autenticazione e alla registrazione del prodotto. I riferimenti, quando esistono, sono di seconda o di terza mano, la storia si riduce a spunti aneddotici, di scarso interesse, se non quello di corrispondere ad un obbligo legislativo che richiede di illustrare il pedigree del prodotto, la sua collocazione in un contesto di “tradizione” consolidata.”

Comincia ad essere tutto più chiaro?

TUTTO CAMBIA, TUTTO SCORRE: Pensate che gli antichi romani ed i greci non celebravano la carne come “cibo dell’uomo”, come invece ripetono tanto i nostri nonni o i nostri genitori. La “fortuna alimentare della carne nasce con il Medioevo, sia sul piano della ‘mentalità’ oltre che su quello dei consumi. L’età romana non le aveva dato lo stesso rilievo, né sul piano delle scelte produttive, né su quello della riflessione dietetica, tanto meno l’aveva valorizzata sul piano ideologico.”

“L’ideologia alimentare romana si costruisce intorno a una triade di prodotti, il pane, il vino e l’olio, assunti, riprendendo la tradizione greca, a vero e proprio simbolo di una civiltà legata, nel mondo greco e romano, all’agricoltura come modo di produzione tipico dell’uomo, che, separandosi dal mondo della natura e delle bestie, costruisce la propria esistenza”.

“La carne stenta ad acquistare un’immagine alta, totalmente positiva”. “E’ una posizione soprattutto ideologica: ma l’ideologia ha un ruolo essenziale nel definire i comportamenti e i sentimenti degli uomini. Si mangia dunque la carne, ma la letteratura latina restituisce immagini che assegnano soprattutto ai cibi vegetali, a quelli prodotti con il lavoro dei campi, il ruolo di identificare il proprio modello di civiltà. I popoli che vivono soprattutto di caccia e pastorizia, dando alla carne un ruolo centrale nel loro regime alimentare, sono pertanto rappresentati come “incivili” o “barbari”.

“Nel medioevo tutto ciò improvvisamente cambia, perché quei popoli “incivili” e “barbari” si impadroniscono delle terre che avevano costituito la parte occidentale dell’impero romano e diventano i quadri dirigenti nella nuova Europa. Dunque affermano la loro cultura, modi diversi di percepire il territorio e le modalità del suo sfruttamento”.

“In questa complessa vicenda alimentare (materiale e simbolica a un tempo) gioca un ruolo importante anche l’immagine sociale – e in senso lato politica – che la cultura medievale associa al consumo di carne. Se la carne è per eccellenza l’alimento che dà forza, esso sarà per eccellenza il cibo del potere, in virtù di un implicito passaggio intermedio (la forza come elemento primario del potere, del dominio) che la cultura medievale dà in qualche modo per scontato. Il potente è il guerriero, colui che combatte meglio degli altri ed è in grado di batterli. La forza si costruisce in primo luogo con la carne. La carne è il cibo del guerriero che costruisce la sua forza legittimandolo a comandare”.

Già … peccato che i guerrieri romani e greci non fossero dello stesso avviso.

Come a dire che certi ‘valori’ e certe ‘convinzioni’ sono ‘indotte’ dal contesto e dal momento.

VALORI E CONVINZIONI INDOTTE DAL CONTESTO E DAL MOMENTO STORICO: Ma approfondiamo il nostro ragionamento e la relatività delle posizioni culturali assunte da ciascuno di noi.

“In età romana, la rinuncia alla forza fisica si traduceva nella rinuncia al pane, primo alimento dei soldati romani; il recupero delle forze, nel ricominciare a mangiarlo. Se quel ruolo ora è della carne, è anche perché i parametri di valutazione nutrizionale si sono rovesciati. Inoltre è tipicamente medievale il ragionamento sottile (a volte persino capzioso) che sostiene la rinuncia alla carne. Se il vegetariano classico – Pitagora, Plutarco, tanti altri – evitava la carne come ricettacolo di malvagità, vuoi perché implicava un gesto di uccisione, vuoi perché rappresentava la corruttibilità terrena dell’essere umano, il vegetariano cristiano evita la carne per una pratica di penitenza: rinuncia ad un bene, non a un male. Sottesa alla scelta è la convinzione, ampiamente condivisa dalla cultura medievale, che la carne sia il massimo piacere gastronomico, il “piacere della carne” per eccellenza.”

“Questi giudizi” “sono figli del loro tempo.”

OGNI GIUDIZIO E’ FIGLIO DEL SUO TEMPO: ‘Ma anche questo fu il frutto di un cambiamento di coordinate di pensiero. La prima cultura cristiana era molto diffidente nei confronti della carne, vi era infatti “una sostanziale diffidenza verso il consumo di carne, una vocazione vegetariana mai esplicitamente dichiarata ma che si lascia intravedere con chiarezza:

  • l’immagine biblica di un paradiso terrestre in cui l’uomo, ancora eterno e felice, ci cibava solo di frutti;
  • il rifiuto della violenza che inevitabilmente si collegava all’uccisione degli animali;
  • opzioni anche più sottili, che riprendevano suggestioni lontane, religioni e filosofie antiche … “.

MA PERCHE’ CITARE LA STORIA PER PARLARE DI FORMAGGI? Ho volutamente scelto uno storico, perché mi è sembrato corretto riportare affermazioni di chi lavora con imparzialità sul senso dell’accadere. E con le parole del Prof. Montanari desidero chiudere questa riflessione: “Io penso che, in ogni caso, viaggiare in territori sconosciuti sia interessante e formativo”. Fonte: https://ravanellocurioso.wordpress.com/2013/01/29/voi-m-avete-renduto-pan-per-focaccia-con-pesto-di-olive-nere-e-fagioli-cannellini/

Oltretutto il termine formaggio deriva da “formaticum”, col quale si indicava appunto una “forma” di questo prodotto. Poi si specificava “de caseus formatus”. Sicchè, ha ben più senso specificare ‘formaggio vaccino’, ‘formaggio caprino’, ‘formaggio ovino’, ‘formaggio di mandorle’, ‘formaggio di soia’, ‘formaggio di anacardi’, ‘formaggio di noci’, ‘formaggio di arachidi’, ‘formaggio di riso’, ‘formaggio di avena’, ‘formaggio di cannellini’, ‘formaggio di ceci’ e così avanti fino a quando non vi stufate …

ravanelloE, come sempre,

un buon,

buon appettito da Ravanello Curioso.

PPSS: ci trovi anche su Facebook.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 1.121 follower